film, Italia, 2024, 120’
regia di Maura Delpero![]()
LA STORIA
Lucia, Ada e Flavia sono le tre figlie femmine della famiglia Graziadei che ha contato dieci nascite, non tutte purtroppo andate a buon fine, come succedeva nell'Italia rurale all'epoca della Seconda Guerra Mondiale. I Graziadei vivono nella frazione trentina di Vermiglio, in una casetta in mezzo ai campi e alla neve dei lunghi inverni di montagna. Il capofamiglia è un maestro elementare che si sforza di insegnare ai suoi studenti non solo ad esprimersi in un italiano corretto invece del dialetto che tutti (compresi i Graziadei) parlano a casa, ma anche ad aspirare a qualcosa di più bello e più alto della fatica quotidiana. Quando i Graziadei ospitano un soldato siciliano che ha disertato l'esercito si innesca una reazione a catena che l'unità famigliare dovrà gestire, e che si svilupperà lungo le quattro stagioni dell'ultimo anno di guerra.
NOTA DI REGIA
«Vermiglio è un film sulla guerra senza le battaglie. La guerra è fuoricampo. È come un sassolino gettato nell'acqua: racconto quei cerchi. La guerra influenza comunque la vita di quelli che rimangono a casa. Ci sono le donne nelle cucine, i contadini che hanno aspettato figli mai tornati, i maestri e i preti che hanno sostituito i padri, l'impossibilità di studiare e il caos burocratico Mi interessava mostrare la potenza di una guerra che non si vede, eppure onnipresente mentre tutti continuano a cercare di vivere, di crescere. In quattro stagioni si passa dalla guerra alla pace. Credo davvero che tra il 1944 e il 1945 siamo passati dall'antico al moderno.»
«Vermiglio è un paesaggio dell’anima, un “lessico famigliare” che vive dentro di me, sulla soglia dell’inconscio, un atto d’amore per mio padre, la sua famiglia e il loro piccolo paese. Attraversando un tempo personale, vuole omaggiare una memoria collettiva».
Maura Delpero
NOTA CRITICA
Ispirato alle radici familiari di Maura Delpero, Vermiglio mette in scena con una profonda sensibilità la tensione tra tradizione e cambiamento, tra il ciclo naturale delle stagioni e le trasformazioni imposte dalla guerra. I Graziadei sono il fulcro della narrazione, con il capofamiglia, interpretato da Tommaso Ragno, che rappresenta l’autorità morale e intellettuale del paese. L’uomo, un maestro elementare, educa con severità gli abitanti del villaggio, imponendo peraltro un rigido controllo domestico sulla sua famiglia. In questo contesto difficoltoso, le sue figlie sono le vere protagoniste di un mondo in subbuglio, in cui la modernità cerca timidamente di insinuarsi tra i ritmi lenti della vita rurale.
Il film si snoda così attraverso le stagioni, riflettendo il ciclo della natura e della vita umana. La regista esplora la crescita, la maternità, la perdita e la rinascita, mostrando come la guerra, pur lontana dal paese, influenzi profondamente la vita di chi rimane. Il tema dell’ospitalità verso lo “straniero”, rappresentato dal giovane soldato siciliano disertore rifugiato nella casa del maestro, diventa il simbolo di un confronto tra mondi diversi. La figlia maggiore del maestro, Lucia (Martina Scrinzi), si innamorerà del soldato, sconvolgendo la quiete familiare e minando, a causa di alcuni risvolti imprevedibili, la stabilità della comunità intera.
Vermiglio è un racconto intimo che, con una poetica vicina a un autore come Ermanno Olmi (più nello spirito che nell’effettiva impronta registica), intreccia la storia personale di Delpero con quella collettiva, facendo emergere la complessità delle dinamiche comunitarie (e familiari) in un momento di crisi e di trasformazioni, distinguendosi così per la sua delicatezza e autenticità, rivelando i misteri del vissuto nelle sue pieghe più sottili e dolorose, in particolar modo nella sua indagine sullo sguardo femminile. In tutto ciò, la montagna diventa testimone silenziosa di una storia di resistenza, non solo contro la guerra, ma anche contro le gravosità di un sistema sociale e familiare che sembra resistere alla necessità di un cambiamento.
In tal senso, la calda intimità delle case e il gelo delle montagne contrastano con le tensioni interiori di chi, per sopravvivere, deve negoziare tra i propri desideri e le aspettative imposte dalla società e dalla famiglia. Per quanto il film sia indiscutibilmente legato alle specificità del suo microcosmo montano, Vermiglio riesce allo stesso tempo a intessere un dialogo proficuo con lo spettatore, con l’ambizione di tendere all’universale in quella che di fatto è un’esperienza di profonda introspezione. Viene dunque da chiedersi – non con malizia, ma con sincera curiosità – se il ricorso ad uno sguardo meno ermetico e più aperto avrebbe giovato alle pretese internazionali del titolo per cercare di rilanciare l’appeal del cinema nostrano, invece di rincorrere a tutti i costi una certa rigida autorialità.
Daniele Sacchi - Critical Eye - 23.09.2024

