documentario, Brasile, 2014, 106’ 
regia di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado






LA STORIA

Per decenni il fotografo Sebastião Salgado ha viaggiato in tutti i continenti della terra seguendo le tracce di un'umanità in costante mutazione. Dopo esser stato testimone dei principali eventi che hanno segnato la nostra storia recente - conflitti internazionali, carestie, esodi - si è lanciato alla scoperta di territori inesplorati e paesaggi grandiosi, per incontrare la fauna e la flora selvagge in un grande progetto fotografico intitolato "Genesi": un omaggio alla bellezza del pianeta.

In questo documentario, la vita e il lavoro di Sebastião Salgado ci vengono rivelati attraverso gli sguardi incrociati di Wim Wenders, anch'egli fotografo, e di suo figlio Juliano che lo ha accompagnato nei suoi ultimi viaggi.



TRE DOMANDE A WIM WENDERS

Come è nata l'idea di realizzare il progetto Il sale della terra?
Su invito degli amici di Salgado ci siamo incontrati nel suo ufficio a Parigi. Mi ha fatto visitare il suo studio e ho scoperto "Genesi". Si trattava di una nuova entusiasmante avventura nella sua opera e come sempre, di un progetto di ampio respiro che si iscriveva nella durata. Sono rimasto affascinato dalla sua dedizione al lavoro e dalla sua determinazione. Poi ci siamo rivisti, abbiamo scoperto di essere due tifosi di calcio e abbiamo iniziato a parlare in generale della fotografia. Un giorno, mi ha chiesto se mi avesse fatto piacere accompagnare lui e suo figlio Juliano in un viaggio che avrebbero intrapreso insieme e per il quale ritenevano di aver bisogno di un altro sguardo, di un punto di vista esterno.

Una delle cifre stilistiche di Salgado è l'uso singolare che fa del bianco e nero. C'è una spiegazione? Anche lei nei suoi film lo utilizza in modo originale: penso a Nel corso del tempo, alla percezione che hanno gli angeli del nostro mondo in Il cielo sopra Berlino, a Lo stato delle cose. Questo vi ha avvicinati?
Sì, mi ritrovo perfettamente nel suo impiego del bianco e nero. La parte del film che ho girato io è peraltro in bianco e nero per meglio integrare le sue fotografie. A un certo punto abbiamo affrontato questa questione nelle nostre conversazioni, ma abbiamo deciso di non includerla nel montaggio definitivo. Avevo la sensazione che questo aspetto del suo lavoro fosse comprensibile senza aver bisogno di ulteriori spiegazioni.

L'ultima parte del film è un viaggio inatteso, al tempo stesso intimo e fortemente ecologista: il ritorno della famiglia Salgado nella fattoria di famiglia a Aimores in Brasile. Un sontuoso paesaggio devastato dalla deforestazione e l'incredibile scommessa dei Salgado, che già vediamo in parte vincente, di ripiantare 2 milioni di alberi. Possiamo parlare, in riferimento sia all'uomo Salgado sia al Salgado fotografo dei conflitti umani più drammatici, di «happy end»?
Fin dall'inizio mi è sembrato essenziale prendere in considerazione il fatto che i Salgado hanno un'altra vita parallela alla fotografia: il loro impegno a favore della tutela dell'ambiente. E appena sono entrato a far parte del progetto ho capito che era importante raccontare contemporaneamente due storie. Possiamo dire che il rimboschimento che hanno avviato in Brasile e i risultati quasi miracolosi che hanno ottenuto si siano conclusi con un «happy end» per Sebastião, dopo tutta la miseria di cui è stato testimone e lo sconforto in cui è sprofondato di ritorno dal suo ultimo viaggio in Ruanda, dopo gli episodi insostenibili che ha vissuto. Non solo ha consacrato la sua ultima opera monumentale, "Genesi", alla natura, ma possiamo anche affermare che è la natura che gli ha permesso di non perdere la sua fede nell'uomo.



NOTA CRITICA 

L’opera di Salgado è presa come modello da Wenders come quintessenza della potenza narrativa di un’immagine: nel film non ci si dilunga sulla tecnica o sulla composizione del quadro, e manca totalmente la componente feticista (in questo caso potenzialmente facile, data la strumentazione del fotografo) più volte riscontrabile nella filmografia werndersiana. Con un tocco semplice e efficacissimo di messa in scena, Salgado è posto dietro un vetro su cui vengono proiettate le sue istantanee. Solo di quando in quando ci appare in scena, nonostante sia, immerso nel nero, costantemente nel quadro assieme alla sua opera. Egli ha così modo di dilatare, con il suo racconto, la storia che di per sé le sue immagini già rivelano. Perché se le foto di Wenders esplicitavano il non senso del viaggiare, al contrario quelle di Salgado ci riportano un mondo nascosto, spesso dimenticato, e rendono conto di uno spostamento reale del loro autore, di un percorso spaziale ed esistenziale che dà valore a ogni singola porzione di pellicola impressionata negli anni.

Regista profondamente umanista, ma come il fotografo sovente accusato di estetismo, Wenders trova in Salgado un gemello che, al contrario di lui, ha da sempre avuto fiducia in ciò che l’obiettivo poteva restituire. Non a caso, Wenders insiste sul peso concreto che le sue foto hanno sull’opinione pubblica, sull’informazione, nelle battaglie per l’emersione di crisi e conflitti (quasi sempre nel Terzo Mondo) sovente ignorate. Non solo: il film si chiude con la documentazione di un atto concreto e importante: la riforestazione che Salgado e la sua famiglia da tempo portano avanti con il progetto Instituto Terra. Ancora una volta, Wenders sceglie di chiudere un suo film con un messaggio di speranza, nonostante un percorso che in quasi due ore rende conto di eventi laceranti messi senza mezzi termini di fronte allo spettatore. 

Matteo Pollone - gli Spietati - 12.01.2014